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Gli inviti

Non solo per chi non vive

E non si fa vedere

Hai sognato il finale

Nei volti di animali

Che periscono.

Ruspanti del sole

Alla dedica universale,

Della luce declinante fra i rami:

In controluce frusciano figure,

E il coro delle voci di bocche infinite.

 

Solo un poco natura un poco elaborata

E noi come siamo bagliori, per l’ombra affocati

Le mute d’amore, gli inviti

Per l’ora del consorzio,

Predisponendo candele

Si andava per la spiaggia,

Felice ove morire e bere

Il sorso più in penombra della luce.

 

Guardavamo con biglie abbacinate

La foresta oltre gli alberi,

La festa danzante di foglie e piccioli –

Nei rivoli di vento,

Già gentili

Inanellando parole

Con molte lingue di genti straniere

La vita sfilava in questa distanza,

Piumante corteo, pavone in lontananza

Di una vita che ci rassomigli.

(msdr, ghianda a metà, 2016)

(ms dr, in Bulletin Aicl Les eaux vives 1)

 

L’ocra e il nero

Volto interiore (ms dr 2015)

Seguace d’ocra e nero

Un artigiano indiano

Consumare il contrasto,

Custodire

Col lume ristretto sprigiona

Granati, l’avorio e l’onore

Puramente persegue

Un fervido intarsiare

L’ambra a preghiere d’amore

Un letto di marmo caldo

La coltre fredda in broccato

A terra, una psiche vera

Polpastrello sul limite

Un pescatore dell’oro,

Corridore di rossi e di blu

Setacciare l’umano

Profilare una civiltà

Nel lampo largo rivela

Sculture, pennelli e colore

Ardisce in trasparenza

Il rischio di modellare

La rèsina vincolata ai  pensieri

Le frutta dimezzate in parole

Ad ogiva,

Opere per omissioni

Echeggianti oltremare

Le avanguardie dei sensi

Un ragazzino che piange

Estinguere il guado,

Elargire

Granati in volto

L’ocra e il nero sprigiona

Un mosso vedere. (ms dr)

 

Cha no yu e fiori sdraiati sul tatami

Haiku di Antonella Tissot

da <<Inverno>>, per gentile concessione dell’autrice e della traduttrice Leila Kataoka

Fiore piccolo (ms dr 2016)

Fiocco argentato –

nevica sopra il lago

e sotto il ghiaccio

*

botanyuki –

fuoriochiru no wa

hyoketsuko

L’arco ideale

Ma noi ci specchieremo

Nei vetri splendenti delle case del centro

Nei viali ridenti con nuovi ritratti

Pera (ms dr 2016)

Avremo levigate gesta

L’arco ideale volendo queste frutta

Di vita e di rassomiglianza

La meraviglia dei mondi chiusi

Nell’abbraccio assolato

(ms dr)

Daniel Leuwers poète

Viallat de face

de Daniel LeuwersIMG_0146

Le support est surface.

Pour faire face, de face.

Mais seul le format importe

pour abolir les jeux d’échelle

d’une page à l’autre.

L’autre est le même/ le même est l’ autre.

Viallat ouvre la Via

là où, d’un pas, déborde l’inconnu beau.

C’est son appeau

(« La vanité un appât »).

 

Ecrire, c’est comme peindre.

Rendre hommage/ faire voyage.

Choisir un paravent

pour traverser le vent,

pour que ça flotte, que ça encre,

que ça finisse ancré.

Puis ça refait surface

(c’est « Scarface »).

 

Les éponges

(Ponge, poète aimé),

ce sont des cœurs,

mais des cœurs arythmiques,

jamais en cadence

pour la surprise du tressaut

(« Le cœur d’amour épris »,

Matisse l’attesta, lui aussi).

 

Les cœurs sont des toros

pour toréer la mort

qui se répète

(de face, toujours).

Et moi je compte mes pas sur la page.

Je suis Claude Viallat sur la plage.

Un crabe nous observe, narquois.

A tâtons, il s’éclipse,

refait surface.

Le sable porte sa trace.

Tenia. Diario di un jihadista

da Max Fullenbaum, TENIA. JOURNAL D’UN DJIHADISTE

Marco Lorandi, La velata (1999)

traduzione di Michele Montefusco

 

[…] Al diciannovesimo piano, senza dirimpettai, vedo lontano, più lontano di voi; il mio sguardo squadra il passato, indistinto al piano terra, dove alloggiate tra i piaceri del progresso, e si fa, invece, più preciso, avvicinandosi al cielo con l’ascensore sociale di un avvenire radioso.

 

Il vostro avvenire radioso è il nostro passato, che scende sulla solida terra dalle antenne arborescenti, armi e bagagli. E lingua anche, Allah m’è testimone.

 

Mi ricordo di quel bambino venuto a trovarci al termine del nostro pasto tra adulti. Ero giovane, all’epoca, e imberbe, ma non l’ho scordato. Mentre mangiavamo, il bambino guardava un film in un’altra stanza e un attimo dopo eccolo, dinanzi a noi,  che piange sconsolato, ripetendo tra i singhiozzi: «King Kong è morto, King Kong è morto!». Allora, lo ricordo come fosse ieri, suo padre, che Allah lo benedica, si è alzato, ha preso per mano il figlio e l’ha condotto davanti al televisore. Là, ha riavvolto la pellicola e riavviato il film: «Guarda» ha detto «King Kong non è morto, guardalo, afferra il vagone, è vivo e vegeto!»

 

Per Allah onnipotente, il bambino ha smesso di colpo di piangere, il suo dolore è svanito e si è messo a guardare un’altra volta il film, che suo padre interromperà un attimo prima della morte del gorilla.

 

No, King Kong non è morto…

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Marco Lorandi, L’Oriente penetra l’Occidente (2001)

 

Non ho scordato questo episodio, caratterizza il nostro progetto. Anche noi abbiamo riavvolto la pellicola della nostra morte, perché la nostra morte non è più quella che avevano concepito i vostri registi. Ormai ci siamo noi dietro la cinepresa, dietro gli smartphone, dietro i video, dietro i social network, su internet, siamo noi a decidere il finale del film, grazie al rewind che mettiamo in scena.

 

Sono io l’eroe dei film che mi giro da solo, ho il ruolo da protagonista…

 

Riuscite a farvi un’idea della nostra audience?

 

Allora l’avvenire, per voi che mangiate con gli occhi, all’improvviso diventa retroattivo, vi fa regredire, perché noi gli imponiamo il nostro passato antico, ma sempre vivo, che avevate creduto morto…  L’eterno ritorno di ciò che si credeva bandito… Presto, speriamo, operata la trasfusione del nostro passato, uscirete dalla sala di proiezione e tenterete di modificare il nostro copione con le nostre stesse armi, sparerete su tutto ciò che si muove e deporrete uova di tenia nelle nostre scarselle e saranno proprio le vostre leggi, tutte le vostre leggi che i vostri stessi colpi abbatteranno una a una, sotto gli sguardi atterriti dei vostri rappresentanti politici che mai avrebbero immaginato questa minaccia di fine prematura nell’intraprendere la scalata al potere…

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Marco Lorandi, Esecizio isterico (2005)

 

 

In attesa che si realizzi, episodio dopo episodio, l’intero remake del film, ascolto la radio, guardo la TV, consulto Facebook. Da un canale all’altro, ripetono le stesse cose e ci credono, dicono che siamo dei lupi solitari e per documentarlo non smettono di mostrare, per tutto il giorno, il nostro viso uscire da un’automobile, rischiarato da un largo sorriso, come se fossimo ormai privi di zanne. Come volessero limare i nostri denti per rassicurarsi.

 

Lupi solitari? Che Allah li aiuti, questi infedeli, così esausti, così al limite delle forze, che cercano il romanticismo di parole abusate per ossigenarsi, si riempiono di frasi fatte e di miti, invece dei fatti che accadono al livello delle stazioni della metropolitana, ma non li biasimo per questo. Ci creano, anzi, una reputazione che fa colpo nelle periferie. Siamo gli eroi dei videogames, grazie alla loro pubblicità dal virtuale passiamo al reale. Chiedetelo ai ragazzini di Asnières.

 

Noi, al contrario, parliamo poco, appariamo ancora meno, agiamo invece. Agiamo al punto che la TV resta indietro, perde il fiato a seguirci. Noi positivizziamo la realtà, per dirlo con le parole della pubblicità di Carrefour. Siamo in cima a tutti i palinsesti.

 

Quando la TV smarrisce le nostre tracce, quando l’abbiamo seminata, organizza dibattiti per i vecchi che non sanno usare il computer, nei quali gli esperti commentano un passato che non hanno compreso per predire un futuro che ignorano, così che si pensa a noi senza sosta, con la TV sempre a cuocere, a scaldare i pasti. Per tutto il giorno, ora dopo ora, riscaldano le notizie di ieri e di ieri l’altro, senza rendersi conto che con tutto questo rimasticare il passato, un giorno ci si dimentica di vegliare sul presente e quel giorno il latte trabocca…

 

In un certo senso, ci tengono su per paura che ci indeboliamo e l’audience ne risenta. Siamo le loro bestie da zoo, il cacio sul potere d’acquisto, niente di stupefacente che si parli di griglia dei programmi, là dove la TV ci monetizza nelle gabbie.

 

Pubblicità: gettate le noccioline!

 

Dietro uno schermo, siamo addomesticati, potete osservarci senza rischiare una zampata, mangiando il vostro yogurt bio e, poiché le nostre gesta catturano più attenzione di una partita di calcio, dove dissimulate la vostra crudeltà e la vostra cupidigia e dove, ormai lo sapete, vi aspettiamo all’uscita, tutte quelle maledette multinazionali si precipitano a incorniciarci di pubblicità mentre siamo in onda…

 

Quegli imbecilli ci dovrebbero scritturare…

 

Ho usato una parola poco prima, ma senza spiegarvi che ho assunto un nome di battaglia; ci ho messo del tempo a trovarlo, ma Allah mi ha infine ispirato. È stata la storia del lupo solitario a mettermi sulla strada giusta. Cosa vuol dire lupo solitario, riflettevo, soppesando le due parole che masticavo e rimasticavo come un chewing-gum.

 

Non è certo invisibile un lupo solitario, è come un punto nerissimo su una neve bianchissima, non c’è di meglio per farsi scoprire. Dicono che quel punto nerissimo sia uscito dal branco, che regoli i conti per suo conto. Un imprenditore, in un certo senso…

 

È una vera idiozia, anche se suona epico. Il lupo solitario è un dannato equivoco, Allah me ne sia testimone, non mi stancherò di ripeterlo, così che appaia in piena luce e questa luce ci rischiari, noi che viviamo nell’ombra.  I suoi conti non sono i nostri: noi compriamo e non paghiamo la fattura. Il lupo mangia la pecorella smarrita, come si suole dire.… A noi non è la pecorella smarrita che interessa, è il gregge, il gregge intero.

 

Nel momento stesso in cui lo dico, il mio nome da battaglia farà chiarezza su tutto il resto che vi dico. Nella nostra rete, sono conosciuto come Tenia, dawdatsharitia, non cioè lupo solitario, bensì verme solitario…

 

Niente male, vero?

 

Verme solitario, suona come un poema incompiuto…

 

Pubblicità: Lucky Luke, the lonesome cow-boy!

 

Il verme solitario è il mio animale preferito. Non si vede alla televisione, mai ho visto un reportage sul verme solitario… Mai si è visto dietro le sbarre, la sua gabbia è il vostro corpo. Questo animale, la mia mascotte, alloggia nell’intestino, al riparo dagli sguardi e deposita uova, innumerevoli uova, spesso nel maiale, carne da infedeli. Ogni ora, ogni minuto, ogni secondo, rinnova la sua genia nei sotterranei nei quali alloggia. È la metropolitana alla stazione Saint Lazare alle sei di sera, la folla che non ti permette di andare dove vorresti. La Tenia si nutre di coloro che la ospitano ed è lunga, immensamente lunga, attraversa il mondo, da Raqqa a Parigi, senza che il mondo se ne accorga perché, all’inizio, la Tenia è indolore ed è asintomatica là dove apre le sue filiali.

 

Cosa ve ne sembra di ciò che vi dico?

 

La Tenia non si fa notare quando passa da un intestino a un altro. Si fa notare, semmai, più tardi, troppo tardi per porvi rimedio; le uova vanno ovunque, producono altre uova e il vermifugo degli infedeli è inefficace per combattere la Tenia che si sdoppia di continuo. I vermi solitari arrivano, sono presenti, passano, passeranno, sono passati…

 

Non sono come le povere gallerie dei Palestinesi, scavate a una a una, con i coltelli da cucina….  A mano a mano che eliminano terra, sprofondano, credendo di leggere il destino nella sabbia…

MacDonald, Ketchup, Nutella sono nostri alleati, Allah sia benedetto, in questa conquista dei ventri.

 

Io, Tenia, sono introvabile, perché dimoro nel vostro corpo, mi nutro di voi, della vostra pinguedine, senza che lo sappiate ed è di là da venire il giorno in cui smetterete di mangiare, di gozzovigliare sulla terrazza dei vostri viziosi caffè, dove, tra l’altro, siamo passati a fare un giro non molto tempo fa…

 

La vostra golosità è il mio asso nella manica, sono io che ne traggo nutrimento. A forza di eccedere nel mangiare, non riuscite più a spostarvi, vi trascinate con lentezza esasperante, tra schermo e divano, il bicchiere in mano: arrivate sempre con un tempo di ritardo e un pasto di avanzo. Come si può fare la guerra se si ha bisogno di una siesta dopo ogni pasto?

 

Pubblicità: Che non escano dalla TV proprio mentre mangiamo, quelli che non hanno da mangiare!

I vostri poliziotti, anche loro, ci cercano là dove da tempo non ci siamo, tanto sono rallentati da mucchi di scartoffie e dai loro pregiudizi, malgrado gli eccessi di velocità a sirene spiegate…

(Capitolo I, estratto pag. 9-15, per gentile concessione dell’Autore)

Marco Lorandi, Stella marina molteplice (1970)

 

Vers la fin de l’automne

Un poème de Sylvestre Clancier

Vers la fin de l’année il est venu le temps

où l’ombre recueille le peu de lumière

qu’il nous reste,

où le vent nous offre un grand frisson d’étoiles

si nous levons la tête pour nous interroger

sur l’indéchiffrable énigme du monde

et de notre humaine destinée.

 

Se souvenir des questions que l’on posait

au merle sautillant près d’une haie

aux fourmis qui inlassablement

s’enfonçaient

dans la fissure d’un vieux muret

au chat qui s’enfuyait

jusqu’en haut

d’un tilleul.

 

Nous restera-t-il assez de temps

pour imaginer les questions

dont nous seuls connaissons la réponse ?

 

Une croix, un dieu,

nous-mêmes

une douleur au front

qui nous appartient

au-delà de toute parole.

 

En lui, en nous,

nous comprenons

la quête d’un espoir

d’un horizon qui aux hommes

donneraient des ailes.

 

Cela ressemblerait à l’amour

à l’ivresse de la fraternité

qui donnent des raisons d’espérer.

 

 

Une croix, un sapin, un totem qu’on honore

un tertre où l’on quête le sens, soleil ou croissant de lune

le gui, le houx près de la cheminée, voici venu l’hiver

nous sommes proches de ces symboles.

 

Puissions-nous parler une langue céleste

élever notre temple sous la voute étoilée

y pétrir l’argile de nos mots salvateurs

et dans la nuit peupler nos rêves

d’amour et de fraternité.