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Daniel Leuwers poète

Viallat de face

de Daniel LeuwersIMG_0146

Le support est surface.

Pour faire face, de face.

Mais seul le format importe

pour abolir les jeux d’échelle

d’une page à l’autre.

L’autre est le même/ le même est l’ autre.

Viallat ouvre la Via

là où, d’un pas, déborde l’inconnu beau.

C’est son appeau

(« La vanité un appât »).

 

Ecrire, c’est comme peindre.

Rendre hommage/ faire voyage.

Choisir un paravent

pour traverser le vent,

pour que ça flotte, que ça encre,

que ça finisse ancré.

Puis ça refait surface

(c’est « Scarface »).

 

Les éponges

(Ponge, poète aimé),

ce sont des cœurs,

mais des cœurs arythmiques,

jamais en cadence

pour la surprise du tressaut

(« Le cœur d’amour épris »,

Matisse l’attesta, lui aussi).

 

Les cœurs sont des toros

pour toréer la mort

qui se répète

(de face, toujours).

Et moi je compte mes pas sur la page.

Je suis Claude Viallat sur la plage.

Un crabe nous observe, narquois.

A tâtons, il s’éclipse,

refait surface.

Le sable porte sa trace.

Tenia. Diario di un jihadista

da Max Fullenbaum, TENIA. JOURNAL D’UN DJIHADISTE

Marco Lorandi, La velata (1999)

traduzione di Michele Montefusco

 

[…] Al diciannovesimo piano, senza dirimpettai, vedo lontano, più lontano di voi; il mio sguardo squadra il passato, indistinto al piano terra, dove alloggiate tra i piaceri del progresso, e si fa, invece, più preciso, avvicinandosi al cielo con l’ascensore sociale di un avvenire radioso.

 

Il vostro avvenire radioso è il nostro passato, che scende sulla solida terra dalle antenne arborescenti, armi e bagagli. E lingua anche, Allah m’è testimone.

 

Mi ricordo di quel bambino venuto a trovarci al termine del nostro pasto tra adulti. Ero giovane, all’epoca, e imberbe, ma non l’ho scordato. Mentre mangiavamo, il bambino guardava un film in un’altra stanza e un attimo dopo eccolo, dinanzi a noi,  che piange sconsolato, ripetendo tra i singhiozzi: «King Kong è morto, King Kong è morto!». Allora, lo ricordo come fosse ieri, suo padre, che Allah lo benedica, si è alzato, ha preso per mano il figlio e l’ha condotto davanti al televisore. Là, ha riavvolto la pellicola e riavviato il film: «Guarda» ha detto «King Kong non è morto, guardalo, afferra il vagone, è vivo e vegeto!»

 

Per Allah onnipotente, il bambino ha smesso di colpo di piangere, il suo dolore è svanito e si è messo a guardare un’altra volta il film, che suo padre interromperà un attimo prima della morte del gorilla.

 

No, King Kong non è morto…

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Marco Lorandi, L’Oriente penetra l’Occidente (2001)

 

Non ho scordato questo episodio, caratterizza il nostro progetto. Anche noi abbiamo riavvolto la pellicola della nostra morte, perché la nostra morte non è più quella che avevano concepito i vostri registi. Ormai ci siamo noi dietro la cinepresa, dietro gli smartphone, dietro i video, dietro i social network, su internet, siamo noi a decidere il finale del film, grazie al rewind che mettiamo in scena.

 

Sono io l’eroe dei film che mi giro da solo, ho il ruolo da protagonista…

 

Riuscite a farvi un’idea della nostra audience?

 

Allora l’avvenire, per voi che mangiate con gli occhi, all’improvviso diventa retroattivo, vi fa regredire, perché noi gli imponiamo il nostro passato antico, ma sempre vivo, che avevate creduto morto…  L’eterno ritorno di ciò che si credeva bandito… Presto, speriamo, operata la trasfusione del nostro passato, uscirete dalla sala di proiezione e tenterete di modificare il nostro copione con le nostre stesse armi, sparerete su tutto ciò che si muove e deporrete uova di tenia nelle nostre scarselle e saranno proprio le vostre leggi, tutte le vostre leggi che i vostri stessi colpi abbatteranno una a una, sotto gli sguardi atterriti dei vostri rappresentanti politici che mai avrebbero immaginato questa minaccia di fine prematura nell’intraprendere la scalata al potere…

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Marco Lorandi, Esecizio isterico (2005)

 

 

In attesa che si realizzi, episodio dopo episodio, l’intero remake del film, ascolto la radio, guardo la TV, consulto Facebook. Da un canale all’altro, ripetono le stesse cose e ci credono, dicono che siamo dei lupi solitari e per documentarlo non smettono di mostrare, per tutto il giorno, il nostro viso uscire da un’automobile, rischiarato da un largo sorriso, come se fossimo ormai privi di zanne. Come volessero limare i nostri denti per rassicurarsi.

 

Lupi solitari? Che Allah li aiuti, questi infedeli, così esausti, così al limite delle forze, che cercano il romanticismo di parole abusate per ossigenarsi, si riempiono di frasi fatte e di miti, invece dei fatti che accadono al livello delle stazioni della metropolitana, ma non li biasimo per questo. Ci creano, anzi, una reputazione che fa colpo nelle periferie. Siamo gli eroi dei videogames, grazie alla loro pubblicità dal virtuale passiamo al reale. Chiedetelo ai ragazzini di Asnières.

 

Noi, al contrario, parliamo poco, appariamo ancora meno, agiamo invece. Agiamo al punto che la TV resta indietro, perde il fiato a seguirci. Noi positivizziamo la realtà, per dirlo con le parole della pubblicità di Carrefour. Siamo in cima a tutti i palinsesti.

 

Quando la TV smarrisce le nostre tracce, quando l’abbiamo seminata, organizza dibattiti per i vecchi che non sanno usare il computer, nei quali gli esperti commentano un passato che non hanno compreso per predire un futuro che ignorano, così che si pensa a noi senza sosta, con la TV sempre a cuocere, a scaldare i pasti. Per tutto il giorno, ora dopo ora, riscaldano le notizie di ieri e di ieri l’altro, senza rendersi conto che con tutto questo rimasticare il passato, un giorno ci si dimentica di vegliare sul presente e quel giorno il latte trabocca…

 

In un certo senso, ci tengono su per paura che ci indeboliamo e l’audience ne risenta. Siamo le loro bestie da zoo, il cacio sul potere d’acquisto, niente di stupefacente che si parli di griglia dei programmi, là dove la TV ci monetizza nelle gabbie.

 

Pubblicità: gettate le noccioline!

 

Dietro uno schermo, siamo addomesticati, potete osservarci senza rischiare una zampata, mangiando il vostro yogurt bio e, poiché le nostre gesta catturano più attenzione di una partita di calcio, dove dissimulate la vostra crudeltà e la vostra cupidigia e dove, ormai lo sapete, vi aspettiamo all’uscita, tutte quelle maledette multinazionali si precipitano a incorniciarci di pubblicità mentre siamo in onda…

 

Quegli imbecilli ci dovrebbero scritturare…

 

Ho usato una parola poco prima, ma senza spiegarvi che ho assunto un nome di battaglia; ci ho messo del tempo a trovarlo, ma Allah mi ha infine ispirato. È stata la storia del lupo solitario a mettermi sulla strada giusta. Cosa vuol dire lupo solitario, riflettevo, soppesando le due parole che masticavo e rimasticavo come un chewing-gum.

 

Non è certo invisibile un lupo solitario, è come un punto nerissimo su una neve bianchissima, non c’è di meglio per farsi scoprire. Dicono che quel punto nerissimo sia uscito dal branco, che regoli i conti per suo conto. Un imprenditore, in un certo senso…

 

È una vera idiozia, anche se suona epico. Il lupo solitario è un dannato equivoco, Allah me ne sia testimone, non mi stancherò di ripeterlo, così che appaia in piena luce e questa luce ci rischiari, noi che viviamo nell’ombra.  I suoi conti non sono i nostri: noi compriamo e non paghiamo la fattura. Il lupo mangia la pecorella smarrita, come si suole dire.… A noi non è la pecorella smarrita che interessa, è il gregge, il gregge intero.

 

Nel momento stesso in cui lo dico, il mio nome da battaglia farà chiarezza su tutto il resto che vi dico. Nella nostra rete, sono conosciuto come Tenia, dawdatsharitia, non cioè lupo solitario, bensì verme solitario…

 

Niente male, vero?

 

Verme solitario, suona come un poema incompiuto…

 

Pubblicità: Lucky Luke, the lonesome cow-boy!

 

Il verme solitario è il mio animale preferito. Non si vede alla televisione, mai ho visto un reportage sul verme solitario… Mai si è visto dietro le sbarre, la sua gabbia è il vostro corpo. Questo animale, la mia mascotte, alloggia nell’intestino, al riparo dagli sguardi e deposita uova, innumerevoli uova, spesso nel maiale, carne da infedeli. Ogni ora, ogni minuto, ogni secondo, rinnova la sua genia nei sotterranei nei quali alloggia. È la metropolitana alla stazione Saint Lazare alle sei di sera, la folla che non ti permette di andare dove vorresti. La Tenia si nutre di coloro che la ospitano ed è lunga, immensamente lunga, attraversa il mondo, da Raqqa a Parigi, senza che il mondo se ne accorga perché, all’inizio, la Tenia è indolore ed è asintomatica là dove apre le sue filiali.

 

Cosa ve ne sembra di ciò che vi dico?

 

La Tenia non si fa notare quando passa da un intestino a un altro. Si fa notare, semmai, più tardi, troppo tardi per porvi rimedio; le uova vanno ovunque, producono altre uova e il vermifugo degli infedeli è inefficace per combattere la Tenia che si sdoppia di continuo. I vermi solitari arrivano, sono presenti, passano, passeranno, sono passati…

 

Non sono come le povere gallerie dei Palestinesi, scavate a una a una, con i coltelli da cucina….  A mano a mano che eliminano terra, sprofondano, credendo di leggere il destino nella sabbia…

MacDonald, Ketchup, Nutella sono nostri alleati, Allah sia benedetto, in questa conquista dei ventri.

 

Io, Tenia, sono introvabile, perché dimoro nel vostro corpo, mi nutro di voi, della vostra pinguedine, senza che lo sappiate ed è di là da venire il giorno in cui smetterete di mangiare, di gozzovigliare sulla terrazza dei vostri viziosi caffè, dove, tra l’altro, siamo passati a fare un giro non molto tempo fa…

 

La vostra golosità è il mio asso nella manica, sono io che ne traggo nutrimento. A forza di eccedere nel mangiare, non riuscite più a spostarvi, vi trascinate con lentezza esasperante, tra schermo e divano, il bicchiere in mano: arrivate sempre con un tempo di ritardo e un pasto di avanzo. Come si può fare la guerra se si ha bisogno di una siesta dopo ogni pasto?

 

Pubblicità: Che non escano dalla TV proprio mentre mangiamo, quelli che non hanno da mangiare!

I vostri poliziotti, anche loro, ci cercano là dove da tempo non ci siamo, tanto sono rallentati da mucchi di scartoffie e dai loro pregiudizi, malgrado gli eccessi di velocità a sirene spiegate…

(Capitolo I, estratto pag. 9-15, per gentile concessione dell’Autore)

Marco Lorandi, Stella marina molteplice (1970)

 

Vers la fin de l’automne

Un poème de Sylvestre Clancier

Vers la fin de l’année il est venu le temps

où l’ombre recueille le peu de lumière

qu’il nous reste,

où le vent nous offre un grand frisson d’étoiles

si nous levons la tête pour nous interroger

sur l’indéchiffrable énigme du monde

et de notre humaine destinée.

 

Se souvenir des questions que l’on posait

au merle sautillant près d’une haie

aux fourmis qui inlassablement

s’enfonçaient

dans la fissure d’un vieux muret

au chat qui s’enfuyait

jusqu’en haut

d’un tilleul.

 

Nous restera-t-il assez de temps

pour imaginer les questions

dont nous seuls connaissons la réponse ?

 

Une croix, un dieu,

nous-mêmes

une douleur au front

qui nous appartient

au-delà de toute parole.

 

En lui, en nous,

nous comprenons

la quête d’un espoir

d’un horizon qui aux hommes

donneraient des ailes.

 

Cela ressemblerait à l’amour

à l’ivresse de la fraternité

qui donnent des raisons d’espérer.

 

 

Une croix, un sapin, un totem qu’on honore

un tertre où l’on quête le sens, soleil ou croissant de lune

le gui, le houx près de la cheminée, voici venu l’hiver

nous sommes proches de ces symboles.

 

Puissions-nous parler une langue céleste

élever notre temple sous la voute étoilée

y pétrir l’argile de nos mots salvateurs

et dans la nuit peupler nos rêves

d’amour et de fraternité.

Il fasciame del tempo. Elabora il lutto 20111

Elabora il lutto 20111cropped-foto-421.jpg

Elabora il lutto

Della luce indefinibile nemmeno nell’infanzia

L’arco estivo struggente

Elabora il lutto

Dell’istante precedente

Le labbra belle come niente

Se non labbra elabora il lutto

Di colui che ha guidato

Ogni passo su un crinale lacerato

Elabora l’improvvida assenza

L’anacronismo dolce in baluginante presenza

Elabora il lutto dell’immagine nel pozzo del mondo cui non eri stata avvezza

Elabora il lutto di ogni suono ed ebbrezza del tatto

Della guerra di estrema efferatezza

Elabora il lutto

È sangue ogni dura elevatezza

E morte ogni sicura pacatezza

Elabora il lutto

Saggezza

Senza sesso né oltraggio

Elabora il lutto

Avidamente di tutto

Elabora la vita in ogni anfratto

Il raggio sorpreso sul declivio dei sassi

Elabora il lutto degli anni e degli ammassi

Sulla fertile creta di avanzi

Elabora il lutto degli Dei sacrosanti

Elabora materie di spiriti argonauti

Elabora gli addii del viandanti

Dimentica l’oblio fino ai passi in avanti

E vivi nel presente innervata

In te in ogni cosa e in niente

Ma ancora così

Malinconicamente

L’audacia di chi erra e non si pente.

(msdr)

Il fasciame del tempo. Città

Città

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Marco Palleroni, esercizio. Tecnica mista con pigmenti puri.

 

Città ricalcolata in paradigmi di Elettrica efficienza

Dai cieli astratti

Stagliati e accesi acrilici

Tra increspature nette di skyline che sfidandosi,

Gli uni sugli altri frangono

Dai rimbalzi ritmati

Del sottosuolo vacuo

Di terra e fluido alla dinamica sonora

Di folle transeunti

Fino all’asfalto piatto

Dove la lotta scorre

Sei

Come un mare

Trasparente e fitta

Nella giornata di estranea bellezza

Palazzi   l’uomo   solca   come   onde

Cui   l’uomo   è   la   schiumosa     asperità.

(msdr)

Arte installativa e scenografia. Il punto di Barbara Floridia

L’arte installativa, debitrice della scenografia

allestimenti di Barbara Floridia

La scenografia, ovvero l’arte di allestire uno spazio scenico, riguarda diversi settori, tra i quali quello teatrale, cinematografico, televisivo, espositivo.

L’arte scenografica consiste nel rendere credibile un mondo transitorio nel quale il fantastico e l’immaginario prendono corpo. Possiamo quindi considerare la scenografia una “fabbrica di illusioni” fondata su una lunga tradizione di tecniche, che nel tempo si sono molto evolute.

Un bravo scenografo non può essere soltanto un artista, ma deve essere anche un abile artigiano e tecnico. Nel suo lavoro deve intuire l’insieme di tutte quelle operazioni che condurranno ad una produzione efficace, tenendo conto della complessità dei problemi da affrontare (finanziari, artistici e di sicurezza).

Non sempre il budget è alto: in questo caso lo scenografo dovrà maggiormente ingegnarsi per realizzare un allestimento di qualità, anche se a basso costo.

In un allestimento scenico (ad esempio teatrale), così come nell’allestimento di uno spazio espositivo (ad esempio di una galleria d’arte) il buon funzionamento scenografico dipende dalle caratteristiche dello spazio da allestire, dai materiali utilizzati per la realizzazione degli elementi scenici, dalla loro funzionalità e dall’illuminazione. La mancanza di tutti questi requisiti implica il malfunzionamento della scenografia.

L’allestimento teatrale e l’allestimento di una galleria d’arte non sono forme d’arte scenografica “interattiva”.

L’arte installativa, ad esempio, è una forma d’arte scenografica “interattiva”, che ha come soggetto principale il visitatore.

L’opera d’arte installativa deve essere realizzata per variare o comunque stimolare la percezione dello spettatore che diventa parte costitutiva del lavoro: senza il visitatore l’opera d’arte installativa non esiste. Un altro elemento fondamentale è l’ambiente nel quale l’opera è inserita.

L’arte installativa ha certamente attinto dall’arte scenografica l’inserimento dell’opera d’arte (elementi scenici) all’interno di un ambiente (spazio scenico), attraverso l’uso delle espressioni artistiche e comunicative.

(Barbara Floridia)

 

 

Rimbaud

cropped-foto-421.jpgIl petto è un mallo tenero di noce,

Tu mangia del mio cuore e del mio seme

Il ventre melagrana passita,

Chicchi di misericordia.

È vero: ho amato la discordia

E il fiore genuflesso del frangente.

(msdr)