Dimitry Dezorty: orefice del senso comune

monochromies_1_couv_200px[1]Je veux être un être aptère/revendiquer ma matérialité/Engendré par des monstres/je les fabrique aussi

(Dimitri Dezorty)

Trarre poesia dalla prosa è il compito delle epoche. Dimitri Dezorty, sindacalista e poeta al riparo del proprio pseudonimo, compie nella silloge di Monochromies (Abordo Éditions, 2013), più che un ‘mostro’, una specie di  miracolo: è un libro di poesia che si legge tutto d’un fiato, senza che in alcun modo il lettore ne sia compiaciuto, mentre, nelle molteplici voci di una quotidianità come impazzita, vi si riconosce con autocritica. Ma non è puramente questione di denunciare l’impoverimento del gusto e dei sentimenti, i commerci volgari ed egoriferiti, il catalogo degli errori da evitare e in cui troppo spesso ricadono i compulsivi giorni nostri, bensì di riscattarli attraverso la forma, residuale e immaginaria, di sofisticati calligrammi, composti con abilità da orefice, e che mettono in gioco tutti i pronomi della personalità. È un prisma di umanità cesellata, patetica da ogni suo lato, e tuttavia ancora capace d’amore, quel fare che nel <<rinchiudere gli errori>> può suggerire conquistate soluzioni. Monochromies è un libro acido, sorta di controcanto poetico al dirompente, premonitore, romanzo di Houellebecq Le particelle elementari, cui pare di poterlo accostare. Al tempo stesso, non è senza ricordare i precedenti poetici che ne legittimano audacie e licenze – Mallarmé, Apollinaire, il poème-objet e la novecentesca poesia lacunare e della detractio – salvo che la scelta di rarità vi si accompagna alla proliferazione verbale, piuttosto che alla rarefazione del dettato, rendendo gli espansi bianchi quasi disegni di un mutismo accusatorio. La parola, incontrollata ed emotiva <<eiezione>>, ha il passo corto, <<[p]as de rat>>, come recita il titolo di una sezione (traducibile con un fac simile di francesizzante milanese), oltre a risultare per fatalità colpevole, allorché, non è scritto ma, appunto, alluso, invade, bloccandola, la riflessione. Si termina la lettura di Monochromies, dopo averne divorate le pagine, sentendosi vieppiù coinvolti sia dalle manchevolezze di personaggi senza nome, persone qualunque vittime di impliciti strali , sia dal buon senso della voce, non lirica ma narrante, percepibile tra le righe, tanto  arrabbiate e sofferte quanto rasserenate dalla chiarezza di una decisiva constatazione. Sappiamo che molto di ciò che siamo, alla stregua del porno che attraversa il maschio come la femmina, è, nell’eccesso, errore, portatore di odio, riconosciamo la nostra capacità svilente come la variante preliminare della guerra, eppure è stata come una catarsi, la cui purezza, spuria dell’inesauribile fantasia di Dezorty, ci ha per dono avvolti nelle volute di non vacui arabeschi morfologici, sintesi di altrettante possibilità che forse, non più il crivellato “Soggetto” (<<aptère>>), bensì il rinnovato “Uomo”,  l’universale creatore di vite e di opere come vere e proprie gioie, potrà ancora fabbricare e incarnare.

(Maria Silvia Da Re)